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Nei primi secoli dell’era cristiana, nell’area in cui si era sviluppata la grande civiltà indo-aria, si afferma e si diffonde una nuova corrente spirituale e religiosa. La sua influenza si fa sentire dappertutto: nelle scuole dello Yoga, nelle speculazioni post-upanishadiche, nei culti di Shiva e di Vishnu e nel buddismo dove suscita una corrente nuova: il Vajrayāna (la Via del Diamante o della Folgore). Essa si associa da una parte a varie forme di culti popolari e pratiche magiche, dall’altra ad insegnamenti prettamente esoterici ed iniziatici.
La parola Tantra, che spesso viene tradotta con “Trattato - Esposizione”, deriva dalla radice “Tan” che vuol dire “Estendere – Continuare”, sembrerebbe esprimere che il tantrismo sia come una estensione o uno sviluppo degli insegnamenti tradizionali, che a partire dai Veda si erano in seguito articolati nei Brāhmana, nelle Upanishad e nei Purāna. Per questo talvolta i Tantra hanno rivendicato la dignità di “quinto Veda”, cioè una ulteriore rivelazione accanto a quella dei quattro Veda tradizionali.
Il tantrismo rappresenta una reazione contro il semplice speculare, contro il ritualismo stereotipo e vuoto e contro ogni ascetismo mortificatorio e penitenziale. Un po’ come il buddismo delle origini che avversava le speculazioni e i ritualismi vuoti del brahmanesimo degenere. Il Tantra alla via della contemplazione contrappone quella dell’azione, dell’esperienza diretta. La pratica o sādhana riveste un ruolo centrale, leggiamo dallo Hathayogapradīpikā, I, 66:
“I poteri non si conseguono portando una veste [da brahmano o da asceta] né dissertando sullo yoga, ma solo la pratica infaticabile conduce al compimento. Su ciò non vi è dubbio”.

 

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